mercoledì 21 novembre 2012

labaula4 in mostra





Giovedì 15 novembre, presso l’archispazio, piccola galleria curata da Luca De Silva presso Palazzo San Clemente, si è inaugurata la prima mostra di Labaula4. In mostra i risultati degli studenti del primo anno che si sono confrontati con il tema della casa studio e un video dell’intera esperienza didattica realizzato da Michela Sardelli. L’inaugurazione della mostra è stata preceduta da una performance sullo scalone del Palazzo, storica sede della Facoltà di Architettura, nella quale Annalena Buti ha raccontato la storia di Casa Buti, realizzata da Remo ed Elena in una vecchia limonaia. Una casa cannocchiale, la più bella casa del design che esista a Firenze...



lunedì 16 luglio 2012

Nuove Continuità

Giovanni Bartolozzi



Mercoledì 11 luglio abbiamo concluso le lezioni teoriche del Laboratorio mettendo a fuoco idee e propositi che hanno caratterizzato i più noti protagonisti dell’architettura fiorentina, dentro e fuori la nostra Facoltà di Architettura. Facoltà che ha avuto una storia a intermittenze prestigiosa, che è stata focolaio di energie, di idee radicali che hanno influenzato l’architettura a scala internazionale. Passando per la sacralità dello spazio di Michelucci, abbiamo fatto un viaggio tra i corsi di Leo Ricci e Leonardo Savioli, di Alberto Breschi e di Remo Buti per rintracciare le radici di un pensiero che, anche se profondamente mutato, trattiene nelle fibre un’idea di progetto permeabile, che è anzitutto espressione delle condizioni e delle speranze dell’uomo.

venerdì 6 luglio 2012

Il progetto variabile

Fabbricanove



Mercoledì 4 luglio lo studio Fabbricanove ha trascorso un’intensa giornata al Laboratorio di progettazione architettonica I presentando alcuni lavori e discutendo i progetti degli studenti attraverso una revisione collettiva fatta sui modelli di studio. Attraverso la presentazione di quattro progetti dello studio si è voluto evidenziare una metodologia progettuale attenta e responsabile, definita nei rapporti spaziali e urbani, sempre alla ricerca di una verità intrinseca del progetto che risiede nella corretta messa a fuoco delle esigenze da risolvere e delle aspirazioni dell’uomo. Un metodo sempre lontano dallo spreco e dai gratuiti eccessi formali.

giovedì 5 luglio 2012

Realizzare l'Architettura

Silvio Pappalettere




“Spesso, una breve passeggiata in città, camminando, osservando e riflettendo può essere più utile che decine di ore passate a sfogliare riviste di architettura, nella ricerca di modelli da imitare...”

Riflessioni su come l'Architettura sia la sintesi di varie componenti che, apparentemente in contrasto tra loro, contribuiscono al processo progettuale e realizzativo.
Osservazioni ed esempi sulle problematiche connesse.

martedì 3 luglio 2012

La città del terzo millennio


Visto che questa è stata la lezione che mi ha colpito di più e di cui sfortunatamente non ho travato traccia, ho deciso di fare un post io.
Ritengo che per diventare realmente dei buoni architetti la conoscenza della tecnologia sia un aspetto fondamentale e da non trascurare, molte volte mi sono chiesta come mai alcuni problemi italiani non fossero stati risolti, ma quando mi ponevo l'interrogativo di come io li avrei risolti le soluzioni a cui giungevo erano spesso inattuabili o deboli sotto diversi punti di vista. Eppure le soluzioni ci sono! Solo perché non le conosciamo non vuol dire che non ci siano, il modo in cui è stata sviluppata la rete dei trasporti nella fluid city è solo un esempio di come l'architettura possa rispettare l'ambiente, essere pratica e funzionale e allo stesso proteggere i sentimenti delle persone, non evidenziandone le differenze sociali.
Viviamo in un momento storico in cui la tecnologia si evolve alla velocità della luce e starle dietro è difficilissimo, però non per questo è giustificabile utilizzare soluzioni architettoniche obsolete o  non ecocompatibili, altro tema che mi sta particolarmente a cuore.
Silvia

lunedì 2 luglio 2012

Fotografia di architettura


Francesco Gnot


Architettura:  tre parole di origine pre-ellenica .
Arché, il principio
Tithemi ,porre
Ur \ uror, urgere
Porre,il luogo,come il principio urge.
Il principio che pone la forma.
Disporre un luogo,  secondo un principio.

Origine della parola : La parola fotografia ha origine da due parole greche, foto (phos) e grafia (graphis). Letteralmente quindi fotografia significa scrivere (grafia) con la luce (fotos).

Naturalmente la fotografia non ci mostra l’edificio realmente, ma dal punto di vista dell’architetto. Per avere il nostro punto di vista bisogna essere sul luogo e vivere l’edificio. 

mercoledì 27 giugno 2012

Il corpo moderno dell'architettura

Guido Incerti







La visione antropocentrica dell'architettura e dello spazio, presente in tutte le culture del mondo dalla loro nascita sino ad oggi, si è andata sviluppando secondo differenti modelli corporei. Ognuno dei quali è sempre stato proiezione delle credenze e delle società succedutesi nelle varie epoche storiche.
Dai modelli universali delle culture orientali, di 5000 anni fa, al modello platonico, alle regole vitruviane, passando poi per Palladio, la visione dell'uomo come generatore di spazio è giunto fino all'epoca moderna incarnandosi nell'elemento di standardizzazione industriale incarnato dal Modulor di Le Corbusier.
Ma l'astrazione del modello matematico, necessario nel processo di svilupo industriale degli ultimi centocinquanta anni nno sembra avere mai tenuto in considerazione l'importanza dell'elemento costituito dalla psicologia e dal vissuto dell'uomo/architetto. 
La lezione, analizzando  il "corpo moderno dell'architettura" nato dopo le devastazioni subite, dai corpi fisici, a seguito della prima guerra mondiale,  vuole comunicare come, in un parallelo lungo 60 anni tra Le Corbusier e Friedrick Kiesler, lo spazio ideato da un architetto è più che figlio di regole, standard e teorie proprie, bensì è il risultato delle esperienze fisiche e psicologiche che il corpo stesso dell'architetto ha subito nel corso della vita.



mercoledì 13 giugno 2012

Divenire: progettare con il tempo

Studio ++






Il tempo è una variabile fondamentale nella nostra vita ed un elemento decisivo per l'architettura.
Per la cultura occidentale realizzare un'architettura da sempre ha avuto il valore di mettere al mondo qualcosa di perenne che testimoniasse l'esistenza di qualcuno e di un modo di vedere a chi sarebbe venuto dopo.
L'architettura nasceva con l'intenzione di essere eterna e proprio questa tensione temporale dava peso alla funzione dell'architetto.
In questo senso il gesto architettonico presume di essere immutabile.
Ma la realtà è sempre stata un'altra.
Perché è proprio la sfida del permanere, del fare qualcosa che rimanga a rendere epica ed assieme tragica la relazione tra architettura e tempo.
Ovvero: una volta nate le architetture iniziano a subire il passare dei giorni, degli anni e dei secoli.
Louis Kahn diceva che “la buona architettura è quella che produce buoni ruderi” accettando implicitamente il deteriorarsi di ciò che facciamo.
Questo modo di vedere è coerente con un concetto antico che considera il divenire come elemento fondamentale per l'osservazione e la comprensione del mondo (Eraclito).
Si fa quindi indispensabile la necessità di progettare e pensare nel divenire accogliendo il tempo nella creazione ed espressione di un significato.
Ed è questo un principio che il nostro lavoro ha fatto proprio.
Tutti i nostri lavori per essere compresi devono essere contestualizzati in un processo che lo connette con le regole universali dello scorrere del tempo.
Dall'antichità quest'idea è ritornata forte e spinge alla ricerca di progettare in armonia con il mondo ovvero di inserire tutto ciò che facciamo come parte integrata di un sistema di spazio e tempo.
Ne deriva una continua verifica delle proprie idee, una relatività critica, che deve essere coraggiosa e che tende sempre a mettere in crisi quello che stiamo pensando.

Sullo spazio pubblico

Fabio Ciaravella
Phd student in Architecture and Urban Phenomenology
Facoltà di Architettura di Matera
Università della Basilicata




Quello dello spazio pubblico è un tema centrale in tutte le contemporaneità: ad ogni epoca, ad ogni contesto e alla cultura che li guida il proprio spazio pubblico.
La sua eterogeneità morfologica e i suoi cambiamenti nel tempo lo rendono un argomento molto ampio, quasi troppo.
Così per parlarne senza perdersi in una eccessiva vaghezza è necessario fissare un sistema di riferimenti che permettano di orientarsi sull'argomento senza perdere il filo del discorso.
L'intervento al corso del Prof. Bartolozzi ha scelto come cardini di discussione cinque parametri con cui si può individuare uno spazio pubblico. Come mezzo per raccontare questi parametri sono state usate le esperienze dell'arte pubblica perchè “l'arte è sempre stata contemporanea”[1].
In un percorso che dalle vicende che legano il David di Michelangelo con Piazza della Signoria, passa per le esperienze d'arte pubblica nelle strade americane degli anni '90 fino a ritornare in Europa con le commoventi opere di Alberto Garutti, l'arte pubblica si è dimostrata uno strumento in grado di interpretare le tensioni simboliche contenute nello spazio pubblico e riportarle con imparagonabile efficacia.
Così i concetti di accessibilità, indeterminatezza, identità, condivisione e relazione che sono stati scelti come triangolazione concettuale per fissare l'idea di uno spazio pubblico, hanno avuto una loro immagine.
Triangolazione che riportata alla scala di una piccola casa unifamiliare continuava ad avere legami interessanti dimostrando che lo spazio pubblico è più legato ai suoi significati che alle sue dimensioni e pertanto è un tema transcalare (che supera le distinzioni di scala).
Riflessione quest'ultima che le parole del critico d'architettura Pippo Ciorra rafforza quando sostiene: Nella città del XXI secolo bisogna ripartire dallo spazio individuale dell'abitazione e dalla sua capacità di generare microspazi pubblici.[2]
Progettare pensando allo spazio pubblico è un valore della nostra contemporaneità che rafforza il legame dell'architettura con la società e ne allena una tensione etica dalla quale non possiamo prescindere.





[1]    La citazione vuole fare un omaggio ad un'altra opera d'arte che Maurizio Nannucci, importante artista fiorentino, ha scelto di porre sul prospetto della galleria degli Uffizi che si affaccia verso l'Arno. La frase scritta con un grande neon blu diceva: All art has been contemporary.

[2]    P. Ciorra, Senza Architettura, Bari, Laterza, 2011

martedì 5 giugno 2012

One pair of eyes

Clementina Ricci




Clementina Ricci, nipote di Leo e curatrice del suo archivio, è cresciuta e tutt’oggi vive nella prima casa che Ricci realizzò per se a Monterinaldi, la prima di ventidue case che ancora oggi rappresentano la testimonianza più viva di un’impresa umana e sociale autentica perché rivoluzionaria e sentita sulla pelle. Con Clementina abbiamo mostrato e spiegato a più riprese un importante documentario che la BBC ha girato su Leo Ricci negli anni settanta e che è una testimonianza preziosa. E siamo tutti un po’ emozionati per il semplice fatto che l’insegnamento di Ricci ritorni oggi con forza e determinazione dentro il nostro laboratorio di progettazione del primo anno.

martedì 29 maggio 2012

Spazi minimi

Cristina Amenta





Con piacere ho accettato l’invito del caro amico Giovanni di “interferire” in questo corso di progettazione. Come vi ho detto all’inizio del mio intervento, per chi c’era, in quell’aula mi sono laureata pochi anni fa, ed è stato emozionate rientrarci al di qua del banco con qualche esperienza da raccontare.
Ho deciso di parlarvi del principale interlocutore di un architetto: lo spazio.
Vi ho aggiunto la connotazione “minimo” che sottende immediatamente l’inizio di un processo progettuale, ovvero la risposta ad un analisi.
Minimo per svolgere una qualche attività o minimo in relazione a qualcosa di più grande?
Iniziando a rispondere a queste domande iniziamo quindi a pensare lo spazio in relazione a qualcosa: è l’inizio del processo progettuale.

Il mio intervento è iniziato mostrandovi le dimensioni dell’uomo: i nostri spazi sono nella quasi totalità dei casi pensati per le persone e articolati in base alle attività, ai movimenti che queste vi devono svolgere.

Saltando di scale e di epoche, ho voluto mostrarvi alcune diverse sfaccettature del concetto di spazio minimo e i alcuni dei diversi approcci possibili.
Prima con delle mie esperienze professionali dirette, che mi hanno vista impegnata con spazi di riuso, sempre minimi per soddisfare le esigenze dei miei committenti.
Vi ho mostrato due esempi di abitazioni temporanee, case per turisti, e avete visto come un architetto, o meglio un gruppo di architetti, coniuga l’esigenza del cliente (il proprietario dell’immobile) e le esigenze del fruitore, del turista, l’abitante temporaneo. Questa condizione di temporaneità non è necessariamente legata alla condizione del viaggiatore, si potrebbe parlare di studenti o semplicemente persone che momentaneamente vivono in un luogo. Avete visto che in qualche occasione abbiamo dovuto raggirare qualche articolo dei regolamenti urbanistici che disciplinano gli interventi edilizi; questo perchè le esigenze e le disponibilità che le persone hanno cambiano più velocemente di uno strumento normativo. 
Occorre quindi conoscere le regole e aver acquisito gli strumenti per adattarle ai bisogni.

Vi ho mostrato poi un immagine dei Sassi di Matera, com’era l’immagine della casa prima del collasso che la città ha avuto negli anni 50. Un esempio di come l’uomo, da solo, ha risposto al bisogno di spazio concependone uno semi pubblico e condiviso al di fuori della sua dimora privata. Questa risposta al bisogno di spazio arriva dunque dalla capacità adattiva che l’uomo ha avuto in quel luogo geografico e in quel periodo storico.

Volutamente ho concluso con Manahattan.
Manhattan è un’isola, in questo senso è uno spazio definito, limitato.
La condizione geografica dell’isola che ha già intorno alla fine dell’ 700 una New York popolosa ed esplosiva, l’esigenza degli imprenditori di utilizzare tutto lo spazio a disposizione nel modo più redditizio possibile, le possibilità di verticalizzazione che la tecnologia offriva all’architettura del grattacielo hanno portato gli architetti a sublimare il concetto di spazio minimo rendendolo congestionato e frenetico.
La congestione dunque come risposta all’esigenza di spazio di New York, la congestione ha reso Manhattan la capitale del mondo.
Con questi salti di scala e di storie, attraverso le mie esperienze professionali o semplicemente di vita, con un occhio prima educato e poi naturalmente abituato ad osservare, con l’atteggiamento curioso e la fortuna di aver molto viaggiato spero di avervi reso il senso che oggi do all’essere architetto; di avervi trasmesso la passione che mi lega a questo mestiere che mi rendo conto è diventato ormai quasi uno stato d’animo.
Concluso come nel il mio intervento riportandovi  Raymond Hood , uno dei più grandi teorici del “manhattanismo” che durante una conferenza tracciò la figura dell’architetto dicendo: “L’architetto che progetti edifici esteticamente accettabili deve possedere una mentalità logica e analitica; conoscere tutti gli elementi costruttivi di un edificio, il loro uso e la loro funzione; essere dotato di una fervida immaginazione e di un innato e raffinato senso della forma, delle proporzioni, dell’armonia e del color; deve possedere uno spirito creativo, avventuroso, indipendente, determinato e pieno di coraggio e, inoltre, una notevole dose di istinto umanistico e di semplice buon senso”.

venerdì 20 aprile 2012

L'orizzonte concettuale


L’orizzonte concettuale è la lezione che ha chiuso il ciclo dedicato al rapporto tra arte e architettura. Rapporto fondativo e vitale che abbiamo voluto sviscerare subito per rendere comprensibili alcuni meccanismi che oggi sono stati chiaramente assorbiti dall’architettura contemporanea. La lezione è stata articolata come un viaggio che a partire da Marcel Duchamp, il precursore dell’arte concettuale, ha rintracciato una molteplicità di corrispondenze visive e concettuali tra le opere di alcuni dei più noti artisti e architetti contemporanei.  

giovedì 22 marzo 2012

Toccare Burri


Durante la lezione di ieri, il Professor Breschi ha citato Alberto Burri, uno dei più grandi artisti italiani del secolo scorso; una delle sue opere che ritengo più importanti per un architetto è sicuramente il grande cretto di Gibellina.
Questo paese siciliano venne completamente distrutto da un terremoto nel 1968 che causò centinaia di vittime e migliaia di senzatetto.
Sulle macerie degli edifici Burri ha concepito il grande cretto; per la sua realizzazione vennero compattate le macerie dell'abitato distrutto e successivamente vennero coperte con una colata di cemento liquido bianco; ogni fenditura è larga circa 2-3 metri ed i blocchi non superano il metro e sessanta.
Quest'opera d'arte è interessante sotto molteplici punti di vista, in primo luogo il cambio di scala operato dall'artista; Burri infatti trasforma quello che fino ad allora era sempre stato confinato nelle dimensioni della tela in un opera a scala urbana, quasi territoriali, caricando ogni suo gesto di una incredibile potenza paesaggistica. Questa sbalzo di scala ci permette di percepire il cretto e lo spazio in due maniere diverse, una a livello territoriale (particolarmente impressionante è la foto dal satellite), l'altro a livello percettivo umano, camminando realmente all'interno di un'opera d'arte.
L'altro aspetto fondamentale è come i frammenti del cretto vadano a ricostruire l'impianto urbano della città distrutta, andando così ad imprimere per sempre la storicità del luogo sulla materia; il paese che era e non è più rivive nei segni sulla materia e nei suoi dislivelli.

martedì 20 marzo 2012

Video di capolavori



Per continuare il tema della scorsa lezione vi propongo una serie di video che riguardano i due principali capolavori in ambito residenziale di Wright e Le Corbusier.
Per quelli che hanno già iniziato a leggere del libro del corso "Saper vedere l'architettura" (se ancora non lo avete fatto, fatelo) avrete capito come le fotografie diano una visione di un'architettura statica e falsamente univoca, i filmati ci permettono di avere un rapporto spaziale migliore con gli edifici; anche se visitare gli ambienti è l'unica maniera per comprenderli del tutto.

Notate anche la differenza tra i primi due filmati, il primo molto studiato e ragionato in ogni inquadratura, l'altro più amatoriale e "turistico".
Il terzo da una lettura diversa degli spazi della Casa sulla cascata; questo ci permette di capire come la stessa architettura possa essere analizzata sotto aspetti diversi che ce la faranno così percepire in maniera differente.
Questa tipologia di analisi ci sarà molto utile nel proseguimento del corso e della lettura del libro.

sabato 3 marzo 2012

Saper vedere l'architettura



Nel corso del semestre affronteremo insieme la lettura del libro di Bruno Zevi intitolato Saper vedere l'architettura. Questo volume, pubblicato per la prima volta nel 1948, rappresenta una lettura basilare per ogni architetto ed è fondamentale per iniziare ad avvicinarsi al linguaggio ed alle tematiche di un oggetto architettonico.
Saper vedere l'architettura è stato oggetto di numerose ristampe nel corso degli anni e lo troverete sicuramente anche nella biblioteca di facoltà.
Zevi è stato uno dei più grandi critici e saggisti mondiali per quanto riguarda l'architettura, l'urbanistica e l'arte; il suo lavoro è attualmente portato avanti dalla Fondazione Bruno Zevi