martedì 29 maggio 2012

Spazi minimi

Cristina Amenta





Con piacere ho accettato l’invito del caro amico Giovanni di “interferire” in questo corso di progettazione. Come vi ho detto all’inizio del mio intervento, per chi c’era, in quell’aula mi sono laureata pochi anni fa, ed è stato emozionate rientrarci al di qua del banco con qualche esperienza da raccontare.
Ho deciso di parlarvi del principale interlocutore di un architetto: lo spazio.
Vi ho aggiunto la connotazione “minimo” che sottende immediatamente l’inizio di un processo progettuale, ovvero la risposta ad un analisi.
Minimo per svolgere una qualche attività o minimo in relazione a qualcosa di più grande?
Iniziando a rispondere a queste domande iniziamo quindi a pensare lo spazio in relazione a qualcosa: è l’inizio del processo progettuale.

Il mio intervento è iniziato mostrandovi le dimensioni dell’uomo: i nostri spazi sono nella quasi totalità dei casi pensati per le persone e articolati in base alle attività, ai movimenti che queste vi devono svolgere.

Saltando di scale e di epoche, ho voluto mostrarvi alcune diverse sfaccettature del concetto di spazio minimo e i alcuni dei diversi approcci possibili.
Prima con delle mie esperienze professionali dirette, che mi hanno vista impegnata con spazi di riuso, sempre minimi per soddisfare le esigenze dei miei committenti.
Vi ho mostrato due esempi di abitazioni temporanee, case per turisti, e avete visto come un architetto, o meglio un gruppo di architetti, coniuga l’esigenza del cliente (il proprietario dell’immobile) e le esigenze del fruitore, del turista, l’abitante temporaneo. Questa condizione di temporaneità non è necessariamente legata alla condizione del viaggiatore, si potrebbe parlare di studenti o semplicemente persone che momentaneamente vivono in un luogo. Avete visto che in qualche occasione abbiamo dovuto raggirare qualche articolo dei regolamenti urbanistici che disciplinano gli interventi edilizi; questo perchè le esigenze e le disponibilità che le persone hanno cambiano più velocemente di uno strumento normativo. 
Occorre quindi conoscere le regole e aver acquisito gli strumenti per adattarle ai bisogni.

Vi ho mostrato poi un immagine dei Sassi di Matera, com’era l’immagine della casa prima del collasso che la città ha avuto negli anni 50. Un esempio di come l’uomo, da solo, ha risposto al bisogno di spazio concependone uno semi pubblico e condiviso al di fuori della sua dimora privata. Questa risposta al bisogno di spazio arriva dunque dalla capacità adattiva che l’uomo ha avuto in quel luogo geografico e in quel periodo storico.

Volutamente ho concluso con Manahattan.
Manhattan è un’isola, in questo senso è uno spazio definito, limitato.
La condizione geografica dell’isola che ha già intorno alla fine dell’ 700 una New York popolosa ed esplosiva, l’esigenza degli imprenditori di utilizzare tutto lo spazio a disposizione nel modo più redditizio possibile, le possibilità di verticalizzazione che la tecnologia offriva all’architettura del grattacielo hanno portato gli architetti a sublimare il concetto di spazio minimo rendendolo congestionato e frenetico.
La congestione dunque come risposta all’esigenza di spazio di New York, la congestione ha reso Manhattan la capitale del mondo.
Con questi salti di scala e di storie, attraverso le mie esperienze professionali o semplicemente di vita, con un occhio prima educato e poi naturalmente abituato ad osservare, con l’atteggiamento curioso e la fortuna di aver molto viaggiato spero di avervi reso il senso che oggi do all’essere architetto; di avervi trasmesso la passione che mi lega a questo mestiere che mi rendo conto è diventato ormai quasi uno stato d’animo.
Concluso come nel il mio intervento riportandovi  Raymond Hood , uno dei più grandi teorici del “manhattanismo” che durante una conferenza tracciò la figura dell’architetto dicendo: “L’architetto che progetti edifici esteticamente accettabili deve possedere una mentalità logica e analitica; conoscere tutti gli elementi costruttivi di un edificio, il loro uso e la loro funzione; essere dotato di una fervida immaginazione e di un innato e raffinato senso della forma, delle proporzioni, dell’armonia e del color; deve possedere uno spirito creativo, avventuroso, indipendente, determinato e pieno di coraggio e, inoltre, una notevole dose di istinto umanistico e di semplice buon senso”.

11 commenti:

  1. Cristina probabilmente è il personaggio che durante questo periodo mi ha colpito particolarmente per la sua capacità di adattare a misura d'uomo (senza trascurare comunque il comfort e l'estetica!) anche gli ambienti che probabilmente sarebbero stati ignorati a priori da altri architetti perchè, magari, difficili da suddividere! Inoltre ammiro il suo lavoro svolto a Matera, una zona a volte anche un po' dimenticata e comunque bellissima che DOVREBBE essere visitata almeno una volta!

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  2. anche io come chiara sono rimasto colpito da questa lezione... in particolare dal lavoro che è stato svolto a Villa Aruch..... riuscire a soddisfare le esigenze della committenza in quell'occasione non penso che sia stata un operazione facile ma Cristina ci ha mostrato delle soluzioni davvero sorprendenti.
    Comunque Chiara puoi tranquillamente dire che anche tu sei della Basilicata ahahah

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  4. Ahahahah! Certo, lo ammetto, anche se ciò non influisce sul mio giudizio su di lei, nonostante sia particolarmente orgogliosa che sia una mia conterranea...
    Comunque hai ragione, Villa Aruch è davvero bella!
    Un ulteriore cosa mi ha colpita (caratteristica che, sinceramente, a volte ho sottovalutato nel ruolo dell'architetto): quello di arredare con gusto e riuscire anche a creare mobili ( come quell' "armadio/cucina" che ci fece vedere a lezione ). Insomma, una figata!

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  5. Quella sugli spazi minimi è forse uno degli interventi che più mi ha colpito. Si, perchè mi ha fatto rendere conto di una realtà che, per la mia esperienza, non sempre viene affrontata con coscienza, ovvero l'aumento sempre maggiore della popolazione umana e il costante diminuire dello spazio disponibile, da cui nasce l'esigenza di una gestione dello spazio architettonico/urbanistico che sia funzionale e che abbia una valenza estetica e formale. E' per me esaltante il fatto che qui entri in gioco il ruolo dell'architetto, come figura in grado di trovare un giusto equilibrio tra i mille problemi che presenta un progetto, siano essi formali, funzionali, estetici, economici, sociali ecc. e il fatto che da questo dipendano le vite delle persone, spesso senza neanche che queste si rendano conto di quanto ne siano influenzate.

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  6. E' stata una delle lezioni più interessanti. La parte che mi ha colpito di più è stata quella relativa all'edificio diviso in 14 mini-appartamenti! Qui si vede tutta l'abilita di Cristina e delle persone che hanno lavorato con lei nel saper rendere vivibile uno spaziettino minuscolo. L'uso dei soppalchi e di tutti quegli accorgimenti per cercare di sfruttare al massimo uno spazio minimo è stato davvero istruttivo. Però menomale che sono abitazioni temporanee, sennò trascorrere un'intera vita in degli spazi del genere sarebbe abbastanza stressante! Forse perchè siamo abituati ad avere un certo agio nelle nostre case, ma le mini-abitazioni di Cristina sono impressionanti, lo spazio è veramente minimizzato: un bagno, una cucina e una camera da letto. Punto.
    Un'altra cosa che mi ha stupito è il fatto che Cristina sia così giovane e svolga già dei lavori di una certa importanza, e in generale ho osservato che parecchi ospiti delle nostre lezioni sono abbastanza giovani. Penso che questo dia un pò di speranza a noi poveri studenti che viviamo in un paese dove i giovani hanno sempre meno prospettive per il futuro... quindi complimenti a tutti gli ospiti per essere riusciti così presto nel loro lavoro!
    Però Cristina mi sei caduta su una cosa: vogliamo parlare delle strisce arancioni fatte "per evidenziare la verticalità della parete"?????? oh my god...anche no!! eheh scherzo dai, i gusti son gusti!

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  9. Una delle qualità più belle dell'architetto è l'essere capace di immaginarsi ambienti, modi di vivere, rapporti umani in qualsiasi luogo possibile anche in uno "spazio minimo"; è l'essere consapevoli di poter creare fisicamente il mondo che ci circonda e quello in cui vorremmo vivere. Come usa dire "dio è l'architetto dell'universo", noi a nostro modo abbiamo la possibilità di essere creatori delle nostre idee e sinceramente non riesco ad immaginarmi privilegio più grande. Qualche anno fa rimasi molto colpita da una frase trovata sul web di Harold Wagoner: "il bello di essere architetto è che puoi camminare nei tuoi sogni"...ora, sarà anche una frase da romantici sognatori però credo che sia uno dei motivi per cui amo tutto questo.
    Cristina a suo modo ci ha ricordato perchè è bello il nostro lavoro, perchè con qualche accorgimento è possibile trasformare una stanza di pochi metri quadri in una bella casa. Sicuramente con grandi dimensioni si hanno maggiori comfort e lussi, però credo che un bravo architetto debba riuscire a cavarsela anche con poco. A volte le cose più preziose sono le più piccole, come mettere a paragone un piccolo diamante con un sasso, perchè la buona architettura non si misura con la quantità ma con la qualità.

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  11. personalmente ritengo questa una delle lezioni più interessanti del corso... fantastica la capacità di Cristina di rendere perfettamente vivibile e confortevole un ambiente così ristretto... notevole anche l'arredo e l'accostamento di colori.

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