mercoledì 27 giugno 2012

Il corpo moderno dell'architettura

Guido Incerti







La visione antropocentrica dell'architettura e dello spazio, presente in tutte le culture del mondo dalla loro nascita sino ad oggi, si è andata sviluppando secondo differenti modelli corporei. Ognuno dei quali è sempre stato proiezione delle credenze e delle società succedutesi nelle varie epoche storiche.
Dai modelli universali delle culture orientali, di 5000 anni fa, al modello platonico, alle regole vitruviane, passando poi per Palladio, la visione dell'uomo come generatore di spazio è giunto fino all'epoca moderna incarnandosi nell'elemento di standardizzazione industriale incarnato dal Modulor di Le Corbusier.
Ma l'astrazione del modello matematico, necessario nel processo di svilupo industriale degli ultimi centocinquanta anni nno sembra avere mai tenuto in considerazione l'importanza dell'elemento costituito dalla psicologia e dal vissuto dell'uomo/architetto. 
La lezione, analizzando  il "corpo moderno dell'architettura" nato dopo le devastazioni subite, dai corpi fisici, a seguito della prima guerra mondiale,  vuole comunicare come, in un parallelo lungo 60 anni tra Le Corbusier e Friedrick Kiesler, lo spazio ideato da un architetto è più che figlio di regole, standard e teorie proprie, bensì è il risultato delle esperienze fisiche e psicologiche che il corpo stesso dell'architetto ha subito nel corso della vita.



mercoledì 13 giugno 2012

Divenire: progettare con il tempo

Studio ++






Il tempo è una variabile fondamentale nella nostra vita ed un elemento decisivo per l'architettura.
Per la cultura occidentale realizzare un'architettura da sempre ha avuto il valore di mettere al mondo qualcosa di perenne che testimoniasse l'esistenza di qualcuno e di un modo di vedere a chi sarebbe venuto dopo.
L'architettura nasceva con l'intenzione di essere eterna e proprio questa tensione temporale dava peso alla funzione dell'architetto.
In questo senso il gesto architettonico presume di essere immutabile.
Ma la realtà è sempre stata un'altra.
Perché è proprio la sfida del permanere, del fare qualcosa che rimanga a rendere epica ed assieme tragica la relazione tra architettura e tempo.
Ovvero: una volta nate le architetture iniziano a subire il passare dei giorni, degli anni e dei secoli.
Louis Kahn diceva che “la buona architettura è quella che produce buoni ruderi” accettando implicitamente il deteriorarsi di ciò che facciamo.
Questo modo di vedere è coerente con un concetto antico che considera il divenire come elemento fondamentale per l'osservazione e la comprensione del mondo (Eraclito).
Si fa quindi indispensabile la necessità di progettare e pensare nel divenire accogliendo il tempo nella creazione ed espressione di un significato.
Ed è questo un principio che il nostro lavoro ha fatto proprio.
Tutti i nostri lavori per essere compresi devono essere contestualizzati in un processo che lo connette con le regole universali dello scorrere del tempo.
Dall'antichità quest'idea è ritornata forte e spinge alla ricerca di progettare in armonia con il mondo ovvero di inserire tutto ciò che facciamo come parte integrata di un sistema di spazio e tempo.
Ne deriva una continua verifica delle proprie idee, una relatività critica, che deve essere coraggiosa e che tende sempre a mettere in crisi quello che stiamo pensando.

Sullo spazio pubblico

Fabio Ciaravella
Phd student in Architecture and Urban Phenomenology
Facoltà di Architettura di Matera
Università della Basilicata




Quello dello spazio pubblico è un tema centrale in tutte le contemporaneità: ad ogni epoca, ad ogni contesto e alla cultura che li guida il proprio spazio pubblico.
La sua eterogeneità morfologica e i suoi cambiamenti nel tempo lo rendono un argomento molto ampio, quasi troppo.
Così per parlarne senza perdersi in una eccessiva vaghezza è necessario fissare un sistema di riferimenti che permettano di orientarsi sull'argomento senza perdere il filo del discorso.
L'intervento al corso del Prof. Bartolozzi ha scelto come cardini di discussione cinque parametri con cui si può individuare uno spazio pubblico. Come mezzo per raccontare questi parametri sono state usate le esperienze dell'arte pubblica perchè “l'arte è sempre stata contemporanea”[1].
In un percorso che dalle vicende che legano il David di Michelangelo con Piazza della Signoria, passa per le esperienze d'arte pubblica nelle strade americane degli anni '90 fino a ritornare in Europa con le commoventi opere di Alberto Garutti, l'arte pubblica si è dimostrata uno strumento in grado di interpretare le tensioni simboliche contenute nello spazio pubblico e riportarle con imparagonabile efficacia.
Così i concetti di accessibilità, indeterminatezza, identità, condivisione e relazione che sono stati scelti come triangolazione concettuale per fissare l'idea di uno spazio pubblico, hanno avuto una loro immagine.
Triangolazione che riportata alla scala di una piccola casa unifamiliare continuava ad avere legami interessanti dimostrando che lo spazio pubblico è più legato ai suoi significati che alle sue dimensioni e pertanto è un tema transcalare (che supera le distinzioni di scala).
Riflessione quest'ultima che le parole del critico d'architettura Pippo Ciorra rafforza quando sostiene: Nella città del XXI secolo bisogna ripartire dallo spazio individuale dell'abitazione e dalla sua capacità di generare microspazi pubblici.[2]
Progettare pensando allo spazio pubblico è un valore della nostra contemporaneità che rafforza il legame dell'architettura con la società e ne allena una tensione etica dalla quale non possiamo prescindere.





[1]    La citazione vuole fare un omaggio ad un'altra opera d'arte che Maurizio Nannucci, importante artista fiorentino, ha scelto di porre sul prospetto della galleria degli Uffizi che si affaccia verso l'Arno. La frase scritta con un grande neon blu diceva: All art has been contemporary.

[2]    P. Ciorra, Senza Architettura, Bari, Laterza, 2011

martedì 5 giugno 2012

One pair of eyes

Clementina Ricci




Clementina Ricci, nipote di Leo e curatrice del suo archivio, è cresciuta e tutt’oggi vive nella prima casa che Ricci realizzò per se a Monterinaldi, la prima di ventidue case che ancora oggi rappresentano la testimonianza più viva di un’impresa umana e sociale autentica perché rivoluzionaria e sentita sulla pelle. Con Clementina abbiamo mostrato e spiegato a più riprese un importante documentario che la BBC ha girato su Leo Ricci negli anni settanta e che è una testimonianza preziosa. E siamo tutti un po’ emozionati per il semplice fatto che l’insegnamento di Ricci ritorni oggi con forza e determinazione dentro il nostro laboratorio di progettazione del primo anno.